International analysis and commentary

Il Medio Oriente e il suo grande squilibrio di potere

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Il concetto dell’“equilibrio di potere” (o di potenza) è fondamentale in moltissime riflessioni sulla politica internazionale. È un’idea per certi versi puramente intuitiva, poiché dalla fisica sappiamo che due forze equivalenti saranno in una condizione di relativa stabilità – e si ripete spesso che la politica, come la natura, aborrisce il vuoto. Per altri versi, tuttavia, l’equilibrio di potere è un concetto assai fuorviante e auto-referenziale, tanto che si può renderlo perfino tautologico: l’equilibrio tra potenze “funziona” finchè…non smette di funzionare, e viene sovvertito. La storia presenta molti casi di rotture di un equilibrio che hanno sorpreso i contemporanei, per apparire ovvie solo con il senno di poi.

In effetti, è solitamente più facile concordare sulla circostanza di uno squilibrio di potere – in pratica, accorgersi di quando l’equilibrio non c’è. È questa la situazione in cui si trova oggi il Medio Oriente, ma è decisivo capire perché e in base all’azione di quali forze. È decisivo anche per orientarsi in vista del futuro.

Va ricordato anzitutto che le rivolte arabe del 2011 non si sono verificate in un contesto realmente stabile – si pensi alla cronica instabilità dell’Iraq fin dall’invasione americana del 2003, al ruolo dell’Iran come fattore di grande incertezza, o alle ricorrenti tensioni israelo-palestinesi (con i loro effetti immediati soprattutto sul Libano e la Giordania ma anche sull’Egitto e la Siria). L’azione internazionale di Al-Qaeda, inoltre, poneva dei veri dilemmi soprattutto alla monarchia saudita e una sfida a quasi tutti i regimi della regione. Era ben noto infine che alcuni aspetti della globalizzazione, tra cui la marcata volatilità dei prezzi dei beni alimentari, stavano mettendo sotto pressione le fragili economie mediorientali. Su questo sfondo, l’accelerazione degli eventi impressa dalle rivolte del 2011 ha poi colpito in modo diretto la Tunisia, l’Egitto e naturalmente la Siria, ma più ampiamente ha stravolto i rapporti tra gli Stati mediorientali, creando rischi e opportunità che hanno coinvolto l’intera regione e varie potenze esterne ad essa.

A distanza di cinque anni dalla prima delle rivolte popolari (quella tunisina), almeno tre caratteristiche del quadro regionale vanno messe a fuoco per uscire dal senso di confusione e quasi di disperazione analitica che sembra oggi prevalere.

Il primo punto decisivo per il futuro del “grande squilibrio” mediorientale è che il disordine interno agli Stati ha finito, oltre una certa soglia, per cambiare gli assetti internazionali. È un’osservazione non particolarmente originale nè sorprendente, eppure non se ne tiene conto a sufficienza nelle analisi sulla regione. In sostanza, la debolezza, inefficienza, e scarsissima legittimità dei governi al potere ha reso insostenibile l’intero edificio regionale (rapporti di forza, alleanze, perfino confini statuali). Ne deriva quindi che, senza la costruzione di regimi politici di un tipo diverso, non vi sarà soluzione duratura a questo problema di fondo. Di fatto, molti paesi mediorientali non dispongono di meccanismi pacifici e regolati per la successione al potere, per cui quantomeno all’avvicinarsi di un ricambio generazionale aumenta il rischio di colpi di Stato o vera guerra civile.

Un secondo punto essenziale per comprendere il recente passato e il prossimo futuro è che gli eventuali interventi occidentali (leggasi Iraq, ma poi anche Libia e ormai Siria) non sono né la causa primaria dell’instabilità regionale né un rimedio sufficiente; sono un fattore tra molti altri. Come abbiamo visto chiaramente nel caso siriano, in assenza di una massiccia interferenza occidentale altri paesi e altre coalizioni si inseriscono nei conflitti locali (a loro volta, in gran parte indipendenti dall’azione occidentale). Si genera infatti un tipico mix di tradizionale competizione internazionale e cronica instabilità interna ad alcuni Stati: nulla di nuovo in chiave storica, se si pensa ad esempio alle origini della prima guerra mondiale, ma anche di molte guerre “coloniali” precedenti. Se oggi il ruolo diretto delle potenze occidentali non è di per sé decisivo, si deve dunque sapere che qualunque ordine locale o regionale dovrà reggersi almeno in parte sulle proprie gambe. Ci saranno certo degli apporti esterni, e forse una funzione costruttiva per mediatori, “gruppi di contatto” e organizzazioni internazionali; ma in ultima analisi un possibile “equilibrio” avrà il suo fulcro e le sue forze maggiori in Medio Oriente, e non altrove.

Il terzo punto cruciale per interpretare l’evoluzione della regione riguarda le dinamiche “civiche” e reticolari (soprattutto via social network) delle rivolte arabe, che hanno accelerato una crisi terminale delle leadership post-coloniali. Quelle dinamiche, nella maggioranza dei casi, sono state rapidamente sovrastate da forme di “restaurazione” autoritaria o dall’esplosione di sanguinose guerre civili; ma non sono del tutto scomparse. Sono piuttosto in una fase latente, per cui gli attuali (o aspiranti) leader dei paesi mediorientali sanno che qualcosa di simile alle mobilitazioni del 2011 può accadere nuovamente, ovunque: il ciclo è iniziato, e non c’è motivo di pensare che sia finito. Il desiderio di stabilità e pace è oggi più forte e diffuso rispetto a quei mesi rivoluzionari del 2011: lo si è visto nell’Egitto della restaurazione dopo la breve esperienza al potere dei Fratelli musulmani, ma potrebbe ora vedersi anche in Siria per lo sfinimento delle popolazioni (a questo punto c’è da augurarselo). Da un lato, l’aspirazione a un minimo di ordine e sicurezza può spingere ad accettare (nuovamente, come nella lunga storia delle autocrazie mediorientali) quasi qualunque forma di governo, per quanto autoritaria; dall’altra, però, c’è anche un grande desiderio di governance più responsabile ed efficace, perché la storia non torna indietro e l’accesso alla connectivity è un dato acquisito per le giovani generazioni. Questa particolare spinta sociale non va sottovalutata, perché da essa potrebbe dipendere la solidità e la vitalità economica dei futuri regimi politici che emergeranno dalle difficili transizioni e dai conflitti in atto.

Il quadro regionale che abbiamo di fronte è chiaramente molto conflittuale, e tutti hanno ormai compreso che i suoi effetti negativi possono riverberarsi anche a grande distanza, sotto forma di flussi migratori anomali e reti terroristiche diffuse. Il concetto di uno squilibrio di potere è calzante nel senso che i rapporti di forza tra Stati nel Medio Oriente di oggi non sono affatto consolidati, e non è facile valutare le capacità reali e la resilienza di movimenti come ISIS (e di altri che assai probabilmente verranno in futuro). Visto il quasi-collasso del potere centrale sia in Siria che in Iraq, c’è la costante tentazione per le potenze coinvolte nei vari conflitti (come Iran, Arabia Saudita, Turchia, ma anche Russia, Stati Uniti e alcuni paesi europei) di testare la forza degli avversari: questa è appunto una ricetta per il protrarsi degli scontri armati, e spiega in parte la durata del disastro siriano. È qui che in qualche modo l’idea di un equilibrio può venirci in aiuto (se intesa in un senso assai limitato): fin quando i rapporti di forza non saranno meglio definiti, difficilmente si fermeranno le “guerre per procura” – primo passo per puntare a compromessi accettabili anzitutto per la Siria e l’Iraq, in vista magari di una graduale evoluzione politica più inclusiva, legittima e coerente con la modernità.

Intanto, però, non vanno dimenticati i lineamenti di un possibile ordine regionale che probabilmente stanno già emergendo sottotraccia: un ordine alternativo sarà basato su forme in parte nuove di legittimità politica; non sarà garantito solo dall’Occidente, richiedendo invece un coinvolgimento di molti governi; e dovrà fare i conti con le aspirazioni dei giovani di buon livello culturale che ancora sono rimasti nei paesi di origine (e forse con alcuni di quelli che hanno cercato opportunità altrove ma sono disposti a tornare).

Questa complicata transizione in atto potrebbe offrire anche una lezione per la teoria delle relazioni internazionali: sotto ogni equilibrio apparente – come quello che prevaleva in Medio Oriente fino al 2011, tranne che in Iraq – si muovono forze che spingono in direzioni diverse. E quando sembra non esservi alcun “ordine” stabile, si stanno forse ponendo le basi per un equilibrio futuro, magari precario ma non del tutto caotico né imprevedibile.