International analysis and commentary

Israele: uno Stato-nazione come molti altri

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Il disegno di legge su “Israele, Stato-nazione del Popolo Ebraico” ha suscitato numerose reazioni scomposte, sia in Israele che nel mondo occidentale. C’è chi la considera un segno di una deriva autoritaria e razzista. Chi la paragona alle leggi di Norimberga. E c’è si vede nella proposta – che ha contribuito a provocare elezioni anticipate in Israele – una trama complottistica mirata a guadagnare tempo per ostacolare il processo di pace.

Si tratta per lo più di colorite e fantasiose espressioni del pregiudizio di chi le formula. Sempre alla ricerca di scuse per criticare Israele – più facile farlo quando al governo c’è un Premier di centro destra – questi critici si aggrappano al progetto di legge suddetto per poter mascherare i propri risentimenti antisraeliani dietro lo scudo di un’ipocrita sollecitudine “per la natura democratica” del Paese.

Partiamo dai fatti. Di disegni di legge ce ne sono vari – compreso uno formulato nel 2011 da membri del partito Kadima, che porta in calce la firma di Tzipi Livni, il dimissionario Ministro della Giustizia del governo Netanyahu che ora tanto si oppone al disegno di legge. Già allora l’argomento sollevò dissenso ma ottenne anche pubblico sostegno da intellettuali, accademici e politici dell’intero arco costituzionale israeliano, dai laburisti ai nazionalisti religiosi.

I disegni di legge che hanno scatenato il putiferio sono stati più recentemente introdotti in maniera indipendente da parlamentari nazionalisti che fanno parte della coalizione. Il voto del governo Netanyahu non li adotta verbatim, ma si impegna invece a formulare un disegno di legge che si attenga a principi formulati nella risoluzione adottata. La legge, insomma, se mai verrà approvata, non seguirà i testi presentati in forma privata dagli attuali sponsor, ma sarà un disegno di legge del governo con testo e sostanza ben diversi. Chi si affretta a giudicare sbaglia quindi perché mancano ancora gli estremi per valutare la legge. Ci sono solo gli elementi per valutare invece la polemica sorta intorno alla proposta: un fenomeno spesso motivato da fattori estranei all’oggetto del contendere, comprese in primo luogo le latenti tensioni e rivalità tra il Premier Netanyahu e i suoi due riottosi ex-alleati di coalizione, Yair Lapid e Tzipi Livni.

In pratica, il disegno di legge originale sottoscritto e poi ripudiato dal Ministro Livni e il testo che probabilmente emergerà dai lavori preparatori del governo Netanyahu (posto che Netanyahu rimanga Premier oltre le elezioni del 17 marzo), eleverà a status costituzionale norme pre-esistenti. Tali norme sostanzialmente offrono un ruolo privilegiato ma non esclusivo agli ebrei della Diaspora nell’ottenimento della cittadinanza, affermano il calendario ebraico delle feste come giorni di riposo nazionali, e definiscono simboli ebraici sulla bandiera e sul sigillo dello Stato, oltre all’inno nazionale. Nulla di strabiliante per due motivi: primo, perché tali elementi già esistono nell’ordinamento giuridico israeliano, vuoi nella dichiarazione d’indipendenza o in leggi successive; e secondo, perché elementi analoghi esistono negli ordinamenti democratici europei cui si ispira lo Stato d’Israele.

Prendiamo il rapporto Stato-Chiesa. Cosa c’è di tanto minaccioso alla democrazia italiana nello stipulare che il Natale è una festa nazionale? Chi critica Israele per voler codificare le feste ebraiche come feste nazionali, ritiene dunque che il Natale sia una minaccia alle fondamenta democratiche della Repubblica Italiana? E che c’è di tanto pericoloso per la democrazia o la tutela delle minoranze nella presenza dei crocifissi nelle scuole, uffici e ospedali della Repubblica? O forse chi critica Israele per l’elevazione di simboli ebraici a simboli nazionali ritiene che il crocifisso rappresenta una prova incontrovertibile di una deriva autoritaria franchista in Italia?

La presenza di tutele giuridiche per simboli e feste cattoliche nell’ordinamento italiano deriva in fondo indiscutibilmente dalla posizione privilegiata conferita alla Chiesa Cattolica dalla nostra Costituzione Repubblicana. Né si tratta di elemento puramente simbolico. Il privilegio di fatto è onnipresente. In Italia, la televisione di stato trasmette messa tutte le domeniche. Il Paese festeggia le feste cattoliche. La polemica a favore dei  crocefissi nelle scuole è stata condotta da intellettuali laici e cattolici insieme, contro un presunto assalto islamico, in nome di una componente culturale imprescindibile dalla storia e dall’identità italiana.

Lo stesso vale allora per Israele – dove le feste e i simboli ebraici hanno lo stesso ruolo del Natale, del crocifisso, delle messe televisive, e quant’altro della religione sia diventato parte integrante e imprescindibile della cultura nazionale. E ciò a prescindere dalla presenza di minoranze.

Altrettanto dicasi per la cittadinanza. A chi manifesta  apprensione per presunte eco naziste degli anni Trenta, vale la pena di ricordare il percorso facilitato alla cittadinanza offerto agli stranieri considerati “etnicamente tedeschi”, per i quali l’ordinamento tedesco fa dei favorevoli distinguo. Li fa oggi nel ventunesimo secolo, non nel 1935, anno delle leggi di Norimberga. Non risulta però che tale normativa abbia riportato al potere a Berlino il partito nazista.

Del resto, anche l’ordinamento italiano offre un percorso agevolato per la cittadinanza a discendenti di cittadini italiani, anche se non vivono né sono nati in Italia, favorendo lo ius sanguini rispetto ai diritti di residenti stranieri che vivono in Italia e pagano le tasse ma ottengono la cittadinanza in tempi più lunghi. Tanto “discriminante” è la Repubblica Italiana, che migliaia di “italiani” nati e cresciuti all’estero, che non parlano italiano e che vivono fuori dall’Italia, nel 2001 si son visti conferire il diritto di voto attivo e passivo dalla Legge Tremaglia. Siamo dunque noi italiani in preda a un raptus nostalgico che rischia di far piombare l’Italia negli anni bui del fascismo, in virtù di tali esempi direttamente riconducibili al nostro ordinamento costituzionale? Sembra invece più plausibile che gli strali contro Israele derivino da un’indignazione selettiva di chi critica Israele per peccati che perdona sempre a sé stesso.

Il dibattito sul disegno di legge israeliano, se condotto con onestà intellettuale, dovrebbe astenersi da giudizi sommari e paragoni nefasti almeno finché il testo finale della proposta del governo sbarchi in parlamento. Il problema di tante critiche, invece, è che l’uso di due pesi e due misure in tali giudizi annebbia l’onestà intellettuale e quasi dimentica la sostanza del contenzioso.