International analysis and commentary

Unire Nabucco e South Stream?

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Le sempre maggiori difficoltà nel realizzare i due gasdotti Nabucco e South Stream, che dovrebbero collegare l’Europa all’Asia centrale, stanno spingendo le società interessate a cercare sinergie per superare gli ostacoli politici e tecnici. Se la proposta di unificare, almeno parzialmente, i due gasdotti non ha riscontrato entusiasmo, la nuova proposta dell’amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, di trasportare via nave il gas dal Turkmenistan all’Azerbaijan, apre nuovi e importanti scenari.

Nabucco vs South Stream
I due gasdotti sono stati finora in netta contrapposizione sia per ragioni tecniche che politiche. Infatti il Nabucco, che collegherebbe l’Europa alla Turchia passando attraverso Romania, Bulgaria e Ungheria, oltre ad essere stato sponsorizzato apertamente dall’Unione Europea, che ne ha finanziato una piccola parte, ha ricevuto anche l’avvallo statunitense. Il progetto, nato nel lontano 2001, mira a trasportare non solo il gas proveniente dai Paesi del Caspio, ma anche quello iraniano e iracheno in modo da ridurre la dipendenza europea dalle importazioni russe. Il gasdotto avrebbe una capacità annua di 30 miliardi di metri cubi (mcb), per un investimento totale intorno agli 8 miliardi di euro, dovrebbe essere connesso al gasdotto South Caucasus che trasporterà gas da Baku (Azrbaijan) fino a Erzurum (Turchia) dove il Nabucco inizia.

South Stream è nato nel 2002, in reazione al Nabucco: promosso originariamente da Gazprom ed Eni, a cui si è aggiunta nel settembre 2009 EDF, il progetto mira ad aggirare l’Ucraina sulla via meridionale di trasporto del gas dalla Russia all’Europa. Ha un costo che si aggira sui 23 miliardi di euro, di cui oltre 8 solo per realizzare il tratto sottomarino nelle acque territoriali turche. Bypassare i gasdotti ucraini consentirebbe a Mosca di eliminare alla fonte ogni possibile contenzioso con Kiev circa il transito del gas diretto all’UE, e collegherebbe direttamente l’Europa alla Russia.

Sebbene nelle intenzioni i due gasdotti dovrebbero trasportare gas proveniente da diversi paesi, nella realtà è facile immaginare che la maggior parte del gas sarà fornito dai due principali siti di estrazione del gas in Asia centrale, cioè Shah Deniz (Azerbaijan) e South Yoloten (Turkmenistan). Ciò significa creare una forte competizione fra i due progetti. Da un lato, infatti, il Nabucco non presenta nel proprio consorzio alcuna compagnia estrattrice di gas ed è dunque costretto a dipendere dalle importazioni centro-asiatiche; ma anche Gazprom, a causa degli insufficienti investimenti in nuovi siti di estrazione in Russia e della crescente domanda russa di gas, sta siglando con i paesi del Caspio un numero sempre maggiore di contratti al fine di rispettare gli impegni presi con le compagnie europee.

Il Nabucco permetterebbe il transito del gas dall’Azerbaijan all’Europa ad un prezzo inferiore rispetto al South Stream: 77 euro per 1000 m³ di gas, contro i 106 euro del South Stream. Tuttavia,  Nabucco necessiterebbe del gas turkmeno per divenire economicamente sostenibile. Tale aspetto risulta essere un ostacolo di non secondaria importanza, in quanto il Nabucco è costretto a attraversare il Mar Caspio per ovviare al transito attraverso l’Iran o la Russia. Inoltre, le imprese promotrici stanno riscontrando serie difficoltà nel siglare accordi per l’acquisto e l’estrazione di gas dall’Asia centrale, a tre anni dalla prevista entrata in attività del gasdotto. Intanto, Gazprom ha invece siglato un contratto con Shah Deniz per avere 7 bcm di gas all’anno e un accordo con il Turkmenistan per la realizzazione di un nuovo gasdotto lungo la costa di collegamento alla Russia.

Il Nabucco di fatto avrebbe bisogno di un gasdotto sottomarino che collegasse le coste turkmene a quelle azere. La fattibilità di tale progetto appare però fortemente incerta sia per l’irrisolta disputa circa la suddivisione delle acque territoriali del Caspio che per l’opposizione politica di Iran e Russia, preoccupate di difendere le proprie prerogative nazionali. Tuttavia se il Nabucco piange, il South Stream non ride. Infatti se da un lato Mosca pare non disporre nell’immediato degli oltre 4 miliardi di euro necessari per iniziare i lavori di costruzione, dall’altro le difficoltà economiche di Gazprom, che ha perso oltre il 40% della sua capitalizzazione in borsa, pongono dei seri dubbi sulla realizzazione dell’opera nei tempi previsti.

Un mare che potrebbe unire
Per superare le difficoltà sopra descritte, l’amministratore delegato dell’ENI Scaroni aveva proposto nella primavera di quest’anno la possibilità in unire in parte i due progetti, sottolineandone la complementarità e la possibilità in questo modo di ridurre i costi di realizzazione. Nonostante le buone intenzioni della proposta, Gazprom ha decisamente scartato tale opzione, rilanciando invece le attività per la realizzazione del South Stream, nominando il nuovo amministratore delegato del consorzio per la realizzazione del gasdotto.

Nel tentativo di superare l’impasse, nel luglio scorso ENI ha proposto a SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato azera, di partecipare in un nuovo progetto che prevedrebbe il trasporto via nave di oltre 8 miliardi di bcm di gas all’anno dalla costa turkmena a quella azera. Il progetto prevede, in particolare, il trasporto di gas compresso, ma non liquefatto, per limitare i costi di trasporto (e la realizzazione di due rigassificatori) per un tratto di mare così breve.

La proposta di Scaroni di trasportare via nave il gas, oltre ad aprire definitivamente il mercato europeo al gas turkmeno, aiuterebbe sia il Nabucco che il South Stream poiché l’Azerbaijan è collegato sia alla rete di gasdotti russi che a quelli turchi. È probabile che ENI sia intenzionata a partecipare a questo consorzio per il trasporto anche alla luce dell’interesse ad espandere la presenza del gruppo in Turkmenistan. Circa i tre quarti del gas trasportato via nave sarebbe fornito dal giacimento di South Yoloten, mentre il rimanente quarto dovrebbe provenire dai siti offshore di estrazione del Caspio.

L’attivismo dell’ENI è giustificato non solo dalla sua notevole expertise, ma anche dalla forte presenza nell’area. Il gruppo, oltre a partecipare allo sviluppo del giacimento di gas kazako di Karachaganak e di quello petrolifero di Kashagan, è infatti attivo nell’esplorazione di nuovi siti in Turkmenistan. E fa parte del consorzio del gasdotto Blue Stream che collega la Russia alla Turchia e che probabilmente sarà prolungato fino a Israele nei prossimi anni.

Alla luce di queste considerazioni appare chiaro come la proposta di Scaroni possa giovare ad entrambi i progetti, attualmente in chiara difficoltà. Le difficoltà economiche di Gazprom, il crollo dei consumi di gas in Europa (che hanno ridotto gli introiti dei gruppi energetici e conseguentemente le capacità finanziarie), l’incapacità cronica del consorzio Nabucco di siglare accordi per la fornitura di gas, le difficoltà tecniche dei due progetti: tutto fa pensare che i due consorzi possano seriamente considerare la proposta dell’ENI.