International analysis and commentary

Gulliver e il mondo: se l’unica superpotenza vuole fuggire

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 Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato un’emergenza nazionale il 15 febbraio, e deve aver avuto le sue buone ragioni per farlo. Quella ufficiale, come noto, è la minaccia posta da flussi di migranti al confine meridionale del Paese. Anche se si tratta di un tema essenzialmente “domestico”, può essere utile analizzare questa decisione anche come vera questione di sicurezza nazionale, cioè nell’ottica della politica estera e nel quadro più ampio della proiezione internazionale degli USA.

La valutazione più ovvia è che il controllo del confine a Sud riguarda interessi “emisferici”, legati alla visione che l’Amministrazione Trump ha delle Americhe – visto che quei flussi provengono dalla parte centrale e meridionale del continente. Si potrebbe così ragionare di una “Dottrina Monroe” aggiornata al XXI secolo, per cui non soltanto si punta ad escludere dagli affari regionali le potenze esterne (leggasi anzitutto Cina e Russia nella questione venezuelana, ad esempio) ma anche a riaffermare il pieno controllo dei propri confini da parte della superpotenza del Nord. Insomma, la tesi del Presidente è che la voce di Washington sarà più forte e credibile se la frontiera con il Messico verrà sigillata – anche perchè il senso di identità statunitense sarà meglio preservato dalle tante minacce socio-culturali che, a suo parere, deve fronteggiare.

La situazione si fa però meno chiara e un po’ sconcertante se si adotta un “combinato disposto” tra la decisione presidenziale del 15 febbraio e quella del marzo 2018, quando una clausola di sicurezza nazionale fu attivata anche per imporre dazi sull’acciaio e l’alluminio proveniente dal Canada. Molti sospettarono che la motivazione fosse in realtà meno drammatica, cioè la volontà di fare pressione sul governo canadese in vista dei negoziati per un accordo “post-NAFTA” – che poi effettivamente hanno portato pochi mesi dopo alla firma del cosiddetto USMCA che coinvolge anche il Messico.

Rimane la considerazione che la superpotenza americana ha utilizzato già due volte dal 2018 una giustificazione di sicurezza nazionale – per di più di tipo emergenziale – nel gestire i rapporti con i suoi vicini. Ne emerge un’immagine quasi “gulliveriana”, un gigante che si sente minacciato da controparti ben meno forti. Un Paese spaventato, incerto tra l’uso della forza e la fuga.

Gulliver intrappolato dai lillipuziani

 

Del resto, allargando ancora lo sguardo è proprio questa la metafora che sembra più calzante per descrivere l’approccio-Trump: tanti piccoli lacci internazionali imbrigliano la superpotenza, che ora finalmente cerca di liberarsi, per tornare ad essere non solo “grande” ma anche padrona di se stessa.

E’ questo il senso della decisione di abbandonare l’accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici, ma anche,  più recentemente, il trattato INF sulle armi nucleari a medio raggio siglato tra USA e URSS nel 1987. Mentre aumentano quasi inevitabilmente i rischi di una nuova corsa agli armamenti, nell’immediato questa scelta è una fuga dagli impegni reciproci (in questo caso con la Russia), soprattutto fintanto che l’abbandono del trattato non si accompagna a una qualche intesa con altri Paesi (i tradizionali alleati?) finalizzata a frenare le ambizioni russe. Anzi, i partner più naturali per un’operazione del genere (che sarebbe militare, ma anzitutto politico-diplomatica) vengono intanto criticati aspramente sul dossier iraniano per non aver finora seguito la nuova linea tracciata da Washington – che in quel caso consiste nella rottura di un altro accordo multilaterale, cioè il JCPOA del 2015.

Guardiamo allora alla strategia verso l’Iran anche al di là della questione nucleare in sé: qui non si vede una linea di azione coerente per riconciliare i vari obiettivi regionali degli USA e lo scontro frontale con l’Iran che Trump sembra cercare. L’annunciato ritiro degli ultimi soldati americani presenti in territorio siriano va in netta controtendenza rispetto alla volontà di bloccare l’avanzata iraniana nella regione.

In sostanza, su ciascuno di questi casi le decisioni prese dalla Casa Bianca appaiono contraddittorie o semplicemente superficiali, mancando di un calcolo strategico. E le spiegazioni fornite a posteriori, perfino nel contesto di dichiarazioni formali e non estemporanee, aumentano la confusione. Si pensi soltanto agli sviluppi dagli ultimi mesi del 2018. Il Presidente ha inviato un contingente militare di oltre 5.000 unità al confine con il Messico per proteggere il Paese da una “carovana” di migranti, che però sono disarmati e non molto organizzati. Ha intanto annunciato il ritiro dei circa 2.000 militari americani presenti in Siria, e accelerato i piani per il ritiro di parte (circa 7.000 unità) del contingente presente in Afghanistan, in coincidenza con un negoziato bilaterale con i talebani che ha finora escluso il governo di Kabul (riconosciuto da Washington e dalla comunità internazionale). La logica conclusione da trarre è che gli USA si sentono realmente minacciati in modo diretto e non intendono sprecare risorse in Medio Oriente e in Afghanistan; fin qui, l’analisi potrebbe reggere.

Eppure, nel discorso sullo Stato dell’Unione, il 5 febbraio, nel fornire un quadro complessivo della sicurezza globale Donald Trump non ha neppure menzionato le attività militari della Cina nel grande spazio marittimo ad Est e Sudest del Paese asiatico, né quelle della Russia nella parte orientale del continente europeo. Due strane omissioni, che non aiutano certo a chiarire le priorità globali della superpotenza americana.

Il Presidente ha poi ricordato i grandi passi avanti che a suo parere sono stati fatti nei negoziati sul programma nucleare nordcoreano (che però è tuttora attivo e non sottoposto a controlli internazionali), proprio mentre ricordava la grave minaccia posta dall’Iran (che in effetti sta tuttora rispettando gli impegni presi nel 2015 che includono misure intrusive di limitazione del suo programma nucleare). Peraltro, i servizi di intelligence americani hanno pubblicamente dato valutazioni divergenti da quelle del Presidente su tali rischi internazionali, ma per qualche ragione Donald Trump non considera affidabili o rilevanti le analisi delle sue agenzie di sicurezza, come ha ribadito varie volte.

Su questo sfondo, colpisce poi il fatto che l’approccio della Casa Bianca manchi perfino di coerenza interna – cioè di una qualche sequenza di azioni prevedibili o pianificate che facciano corrispondere mezzi e fini dichiarati.

Si vedano, ad esempio, proprio la valutazioni divergenti su come contrastare ISIS – le cui milizie hanno in passato stabilito delle roccaforti in Iraq e Siria, ora in buona parte eliminate: il Comandante in Capo ritiene che sia il momento di ritirare le forze americane dal territorio siriano, per poi schierarle magari nuovamente se ve ne fosse bisogno; i servizi di intelligence (e del resto la maggioranza della leadership militare americana) sembrano trovare molto rischioso questo spostamento di truppe. Lo stesso Presidente ha poi spiegato che  (oltre a usare le forze americane dislocate in Iraq per monitorare l’Iran, contravvenendo agli accordi stretti con il governo iracheno) è pronto a schierare nuovamente dei contingenti in Siria se ve ne fosse bisogno. Dunque, più che un ritiro si tratta di un ricollocamento, eppure è proprio la parola “ritiro” ad aver generato forti preoccupazioni negli alleati degli Stati Uniti sul terreno in Siria e nella regione.

Scarseggia di coerenza interna anche la politica verso l’Iran, incentrata sull’obbiettivo dell’isolamento quasi totale di Teheran – enunciato chiaramente dal Segretario di Stato Mike Pompeo – e che indirettamente punta al “cambio di regime” – a cui ha alluso spesso in passato l’Assistente alla Sicurezza Nazionale John Bolton, e lo stesso Trump. Qui si tratta di capire se e quanto la linea dell’amministrazione si distingua davvero da quella del “containment” di clintoniana memoria: per quasi tutti gli anni ’90 la strategia americana fu di limitare simultaneamente Iraq e Iran (era il cosiddetto “dual containment”), ed ebbe come esito indiretto, sotto l’amministrazione di G.W. Bush, l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Ma proprio la fase successiva all’invasione americana in Iraq produsse l’effetto paradossale di spianare la strada all’influenza iraniana in Iraq – per poi rendere più agevole una manovra simile in Siria (con relativo rafforzamento dei rapporti di Teheran con Hezbollah in Libano). Negli anni successivi al 2003, il programma nucleare iraniano ha intanto fatto importanti passi avanti, spingendo l’amministrazione Obama a tentare un’altra strada, cioè quella del negoziato che ha prodotto l’accordo del 2015.

Oggi Washington è di fronte a un rischio simile rispetto agli anni ’90, ma in condizioni complessivamente meno favorevoli: per isolare l’Iran si cerca di costruire un’ampia coalizione (a trazione saudita) ma intanto si rischia di sottovalutare altre minacce e altre tendenze nella regione, a cominciare appunto dalla catastrofe umanitaria siriana da cui Trump vorrebbe districare gli Stati Uniti. A giudicare dai precedenti, si può dubitare della capacità dell’amministrazione di persuadere i propri (presunti) alleati nel momento del bisogno.

La conferenza organizzata a Varsavia per discutere di Iran (il 14 febbraio) ha visto la partecipazione di oltre 60 Paesi, e dunque può essere considerata un buon risultato in termini di presenze al tavolo. Ma ha ottenuto un risultato paradossale, cioè quello di evidenziare le divisioni tra Washington e alcuni dei suoi maggiori alleati europei: il Vicepresidente Mike Pence è stato esplicito nel criticare in particolare Gran Bretagna, Francia e Germania per aver tentato di aggirare le sanzioni americane contro Teheran, sebbene la UE abbia anche imposto recentemente nuove sanzioni. Nell’insieme, questa iniziativa diplomatica ha fatto felice soprattutto il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e la leadership saudita; per il resto, non sembra la si possa valutare come un successo.

In molti ambienti di Washington, soprattutto tra i militari, si respira oggi un’atmosfera di grave incertezza su un quesito di fondo: l’attuale leadership sarebbe in grado di gestire una crisi acuta? E’ stato il Wall Street Journal – certo non un covo di giornalisti liberal o di socialisti anti-Trump – a scrivere, il 7 febbraio che la risposta è probabilmente negativa. E’ come se il gigante Gulliver rischiasse un attacco di panico di fronte ai lillipuziani che cercano di bloccarlo. Perfino la via della fuga richiede forse un qualche aiuto dei suoi piccoli carcerieri. Un bel guaio per la più grande potenza del pianeta. 

 

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