International analysis and commentary

Il paradosso delle democrazie tra volatilità e polarizzazione

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La cifra che connota questa stagione dei sistemi politici europei, prima ancora dell’ascesa dei national populists, sembra essere l’imprevedibilità.

L’“indice di volatilità”, un parametro che misura il cambiamento delle preferenze elettorali fra un’elezione e l’altra, testimonia che le ultime due elezioni politiche italiane – 2013 e 2018 – hanno fatto registrare due fra i tre picchi massimi di volatilità nella storia repubblicana (il tasso più elevato in assoluto resta quello del 1994, con l’annientamento dei partiti tradizionali e il passaggio dalla prima alla seconda repubblica). Mai come negli ultimi 25 anni, e in particolare negli ultimi sei, gli elettori italiani hanno cambiato idea e orientamenti politici. Il fenomeno è ben presente anche su una più larga scala europea, anche se con differenze tra paese e paese.

In Francia le presidenziali del 2017 hanno segnato una discontinuità totale con il passato, vista l’eliminazione al primo turno dei due candidati dei partiti mainstream di centrodestra e centrosinistra (François Fillon e Benoît Hamon). Per la prima volta dal 1965 – da quando il presidente della Repubblica è eletto direttamente – la sfida al ballottaggio è stata contesa tra due esponenti di partiti outsider, benché fra loro diversissimi: il Front National di Marine Le Pen e En Marche, il neonato movimento di Emmanuel Macron. Nei trent’anni precedenti, dal 1988 al 2012, nell’arco di cinque tornate elettorali, soltanto in un’occasione (il 2002) lo scontro al ballottaggio non era stato fra socialisti e gollisti.

Persino in Germania, considerata per lungo tempo faro di stabilità politica in Europa, le elezioni federali del 2017 hanno consegnato un quadro frammentato, con i due principali partiti (cdu/csu e spd) entrambi ai minimi storici dalla riunificazione. Sommati, cristiano-democratici e socialdemocratici hanno raccolto poco più della metà dei voti, il 53,4%, in pesante flessione sul 67,2% del 2013 e in crollo verticale sul 76-78% che avevano raggiunto in tutte le elezioni fra il 1990 e il 2002.

La frammentazione politica tedesca risulta ancora più evidente se ci concentriamo sulle elezioni locali. Nel 2018 i risultati del voto statale in Baviera e Assia hanno confermato con impressionante regolarità il declino elettorale di cdu/csu e spd: in Baviera il loro consenso aggregato è passato dal 68% del 2013 al 47% del 2018, in Assia dal 69% al 47%.

Questa frammentazione è visibile anche altrove in Europa – dalla Svezia all’Austria – e appare la conseguenza appunto di una crescente volatilità. E anche se non sempre lo sbriciolamento del consenso e della mappa politica premia partiti “nazional-populisti”, in molti casi negli ultimi anni sono emersi nuovi competitor politici proprio nell’area della destra antisistema e sovranista.

Ma perché gli elettori europei sembrano sempre meno fedeli ad abitudini di voto consolidate e sempre più aperti a cambiare idea? Certamente un elemento significativo si può rilevare nell’indebolimento dei partiti come corpi intermedi, attori con funzione di filtro nella cinghia di trasmissione tra potere politico e organizzazione sociale. A questa dinamica si può collegare la crisi della rappresentanza sostanzialmente unitaria di classi sociali ben definite, che aveva accompagnato la nascita dei grandi partiti popolari e di massa nel Novecento. Molti studiosi e analisti, d’altra parte, ascrivono le cause dell’esplosione della volatilità politica alla crisi economica post-2008 e ai suoi riflessi sulla situazione sociale.

LA VERSIONE AMERICANA DEL PARADOSSO. Un’altra tendenza della politica contemporanea sembra essere quella della polarizzazione esasperata, del “tribalismo” che raggruppa e identifica comunità politiche tenute insieme da una fedeltà cieca e respingente, quasi ideologica. Sembra di rivivere, su un altro piano, i meccanismi che George Orwell scorgeva nei nazionalismi sul finire della seconda guerra mondiale: “la consuetudine di identificarsi con una singola nazione o altra unità, mettendola al di sopra del bene e del male e non riconoscendo altro dovere che quello di favorire i suoi interessi” (Appunti sul nazionalismo, 1945). Non si può escludere che dietro all’edificazione di nicchie convinte, coese, esclusive stia proprio la consapevolezza di due dinamiche di cui parlavamo sopra, lo sfarinamento dei corpi intermedi e il collasso delle ideologie, le quali fornivano schemi onnicomprensivi di interpretazione delle cose del mondo. Come ha osservato recentemente il giornalista George Packer sul New Yorker, “le tribù richiedono lealtà, e in cambio conferiscono la sicurezza dell’appartenenza”.

È vero, il tribalismo politico sta conoscendo una stagione di centralità soprattutto nel dibattito americano. L’elezione di Trump nel 2016 ha segnato in questa prospettiva un punto di non ritorno, tanto che oggi si dà ormai per scontato che la “tribù” democratica e quella repubblicana, fra loro incomunicanti, non possano che avere opinioni e orientamenti divergenti su tutto o quasi. Quel che va rilevato è però che il solco ideale e valoriale tra gli schieramenti non nasce con Trump. Testimoniamo oggi un’esasperazione del conflitto, una divisione netta come mai dal dopoguerra, eppure segnali in questa direzione si affacciavano già anni prima dell’8 novembre 2016.

È anzi noto che già la strategia messa a punto da Karl Rove e Matthew Dowd per la rielezione di George W. Bush nel 2004 si fondasse proprio sulla progressiva marginalità dell’elettorato “di mezzo”, quello indipendente, centrista, contendibile, convincibile degli swing voters che aveva variamente determinato gli esiti elettorali in passato. Nel 2000 questa porzione di elettorato si era compressa fino a pesare soltanto il 7% del totale dei votanti. Fu la consapevolezza di questa trasformazione della società americana a ispirare una base strategy – una strategia di campagna fondata sulla mobilitazione e la motivazione della base conservatrice con messaggi polarizzanti e valoriali.

Il tribalismo politico di cui si parla oggi negli Stati Uniti non investe solo le opinioni sull’operato del presidente ma gli atteggiamenti nei riguardi dell’immigrazione, dell’economia, della condizione femminile, delle forze dell’ordine, addirittura dell’educazione dei bambini, come evidenzia lo studio Hidden Tribes promosso da More in Common.

IL QUADRO EUROPEO. Anche in Europa, tuttavia, le fratture politiche, elettorali e sociali emerse negli ultimi anni vanno nella direzione di una crescente incomunicabilità tra diversi segmenti delle opinioni pubbliche. Immigrazione, convivenza, diversità hanno assunto centralità nel dibattito pubblico di gran parte dei paesi europei, rendendo lo spettro dei valori “aperti” e “chiusi” un elemento predittivo dell’appartenenza politica. Molte analisi mostrano che gli orientamenti di voto sembrano da un lato riflettere visioni del mondo e convinzioni valoriali, dall’altro essere determinati da fattori quali età, geografia, reddito, condizione professionale e livello di istruzione.

Seppure non con la nettezza registrata negli Stati Uniti, fa riflettere che la segmentazione delle tribù politiche passi anche in Europa dalla segmentazione dei consumi informativi e della dieta mediale. Cittadini e persino policy maker si affidano a fonti di informazione differenziate anche in virtù della loro appartenenza politica.

Giornali e canali televisivi più vicini a sensibilità o schieramenti politici sono sempre esistiti, ma la frammentazione dell’offerta informativa resa possibile dalla diffusione di social media e dispositivi tecnologici si traduce in una pluralità di fonti e formati che il lettore-ascoltatore può consultare in modo discontinuo, spezzettato, personale. Non solo articoli e servizi di telegiornale ma anche podcast, infografiche, filmati editoriali, a cui si aggiungono video in diretta su Facebook, tweet, stories di Instagram direttamente prodotti da partiti e leader o dai loro staff, senza l’intermediazione di giornalisti. In questo senso la disintermediazione del rapporto fra attori politici e elettori sembra favorire la costruzione di gruppi che hanno fra loro conoscenze e percezioni sempre più diversificate e distinte, le quali finiscono con il consolidarne l’identità valoriale.

Se però la volatilità elettorale illustrata sopra postula l’assenza di legami identitari e comunitari forti tra elettori e rappresentanza politica, la polarizzazione sembrerebbe invece richiedere l’esistenza di queste connessioni.

Una possibile, parziale chiave di lettura potrebbe passare dall’idea che nel contesto europeo effettivamente le opinioni pubbliche tendano a dividersi lungo linee di faglia profonde su temi come ad esempio l’immigrazione e l’integrazione europea, ma in una prospettiva essenzialmente valoriale, che non implica insomma una stretta e fideistica adesione a un unico soggetto politico o elettorale. D’altra parte, a differenza che negli Stati Uniti dove l’anomalia trumpiana si è comunque incanalata dentro il perimetro dei due partiti tradizionali, come abbiamo visto i sistemi politici europei sono sempre più caratterizzati dalla frammentazione.

La comparsa di partiti che variamente sfidano un equilibrio costruito intorno a forze mainstream (da AfD al Movimento 5 Stelle, da Podemos a En Marche, da Syriza al PVV olandese, tutti soggetti nati negli ultimi quindici anni) offre in fondo agli elettori europei più possibilità di scelta. Le opzioni che gli elettori americani hanno trovato attraverso il processo delle primarie (Trump a destra, Sanders a sinistra) sono disponibili in Europa sotto forma di una gamma sempre più ampia di partiti outsider.

Su questi due piani – la volatilità e la polarizzazione – si delinea un apparente paradosso che rende la politica europea del 2019 e dei prossimi anni particolarmente meritevole di attenzione e studio. Quando, il 26 maggio 2019, guarderemo ai risultati delle elezioni per il Parlamento ue sarà utile prestare attenzione non soltanto ai nuovi – transitori – equilibri fra le famiglie politiche europee, ma anche all’influenza che avranno esercitato sul voto due fenomeni che potrebbero segnare ancora a lungo il dibattito democratico nel nostro continente.

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