International analysis and commentary

Il Parlamento britannico e la battaglia su Brexit

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 Il divorzio britannico dall’Unione Europea è fissato in teoria per il 29 marzo 2019. Nei fatti non sarà così: dopo il discorso ieri di Theresa May in Parlamento, un rinvio della data di uscita appare più che probabile. Non è chiaro, a quasi tre anni dal referendum del giugno 2016, come evolverà a questo punto lo psicodramma di Brexit. Il leader laburista, Jeremy Corbyn, ha finalmente avallato (per evitare defezioni ulteriori nel proprio gruppo parlamentare) la possibilità di un secondo referendum. Alla fine, lo shock politico provocato da Brexit potrebbe perfino produrre un passo indietro britannico. Per ora, settori del Parlamento stanno giocando le loro carte (sia sul lato conservatore che laburista) per evitare un “no-deal”, un’uscita senza rete dall’UE. In sostanza: Westminster sta riprendendosi in mano la Brexit.

L’Unione Europea deve adesso prepararsi a un rinvio, meglio se prolungato: perdere Londra non le conviene affatto. Non solo per i costi economici e politici della prima secessione volontaria di un paese membro, ma anche perché l’Europa senza la Gran Bretagna sarebbe più debole sul piano strategico. E’ vero che il negoziato con Londra si è dimostrato lento e faticoso: una vera perdita di tempo. Ed è indubbio che l’UE ha finora vinto la partita, restando unita per una volta almeno. Ma oggi Bruxelles non deve stravincere. Se la tentazione è di farla finita con il paziente inglese, la ragione dice invece che Londra, Brexit o non Brexit, può essere recuperata. Cosa possibile solo se gli europei trarranno, da questa prima fase caotica, le lezioni giuste.

La prima e più importante lezione, vista la mancanza di precedenti, è che uscire dall’Unione Europea è quasi altrettanto difficile che entrarvi. Anche per Londra, che pure non fa parte dell’area euro e che ha negoziato negli anni una serie di “opt-out” dalle politiche europee (Schengen, la politica estera e di difesa, etc), districarsi dall’insieme di vincoli, regole, strumenti finanziari su cui si reggono il mercato interno e le istituzioni comuni è quanto mai complicato e molto costoso. Theresa May contava di ottenere da Bruxelles concessioni particolari, vista l’importanza della Gran Bretagna. Condizionata da una forte convinzione nell’eccezionalismo inglese, una classe dirigente radicalmente divisa e impreparata alle conseguenze di Brexit ha troppo a lungo pensato di essere in una posizione di forza negoziale. Non lo era. Da parte sua, l’Unione Europea aveva l’interesse opposto, quello di dimostrare che un paese “out” non potrà mai avere i vantaggi di un paese “in”. Altrimenti, Brexit avrebbe innescato un effetto domino, con una vera e propria crisi esistenziale dell’Unione. Questo rischio è stato evitato. La traiettoria di Brexit ha semmai scoraggiato altre uscite. Fra il giugno del 2016 e oggi, l’opinione dei cittadini europei sui benefici dell’appartenenza all’Unione è aumentata notevolmente in tutti i sondaggi.

Questo non significa tuttavia che l’Europa, reggendo alla sfida di Londra, abbia risolto i suoi guai. Crederlo è un’illusione rischiosa. La seconda lezione, infatti, è che il malessere inglese è un problema europeo e non solo britannico. L’aspirazione a “recuperare il controllo” sui propri destini nazionali è diffusa anche a livello continentale, come dimostra l’ascesa di partiti a vario titolo “sovranisti”: decisi a cambiare l’Unione dall’interno, piuttosto che dall’esterno. Si vedrà dopo le elezioni di maggio con quale peso relativo, che fra l’altro potrebbe essere modificato proprio da un rinvio di Brexit oltre giugno (perché in quel caso, ha detto ieri Theresa May parlando di tempi più brevi, gli inglesi voterebbero per il Parlamento europeo).

Da questo punto di vista, la vicenda Brexit è solo il preludio di una battaglia lunga e complicata per il futuro dell’Europa. Il fronte europeista, a Bruxelles e nelle capitali nazionali, farebbe un errore se pensasse che sia più facile vincerla senza Londra fra i piedi.

L’eventuale uscita della Gran Bretagna infatti – e questa è una terza lezione importante – indebolisce strategicamente l’Unione Europea, che perderebbe una delle economie più dinamiche del mercato interno e un attore essenziale in materia di sicurezza. Per questo, il problema centrale – Brexit o non Brexit – diventa quello di come mantenere Londra ancorata all’Europa. Di non perderla come partner, dopo avere rischiato di perderla o dopo averla persa come paese membro. Può suonare paradossale ma non lo è: se nella risposta europea ha per ora prevalso l’obiettivo di impedire un effetto domino, da oggi in poi devono tornare ad essere prioritarie considerazioni economiche e geopolitiche. Un divorzio britannico è destinato ad alterare gli equilibri interni all’UE, rafforzando il peso economico relativo della Germania e il peso militare della Francia. Roma, che ha sempre cercato un bilanciamento nel rapporto con Londra e che oggi è in posizione marginale rispetto alla coppia franco-tedesca, si troverà priva di una sponda importante.

L’Italia fa quindi parte dei paesi che dovrebbero spingere per trattative rapide e costruttive sul futuro dei rapporti con la Gran Bretagna. Cosa su cui riflettere da oggi: ammesso che l’Europa sia vista come un tavolo strategico e non solo come terreno di scontro di politica interna. Dividersi radicalmente sull’UE, questa è alla fine la dura lezione di Brexit, non fa bene a nessuno. 

 

 

 

* Una versione di questo articolo è uscita su La Stampa del 27 febbraio 2019.

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