International analysis and commentary

La geopolitica della transizione energetica

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L’energia ha sempre giocato un ruolo importante nella geopolitica globale, contribuendo all’ascesa di grandi potenze, alla formazione di alleanze e, in diversi casi, anche allo scoppio di guerre e conflitti. Ogni ordine internazionale nella storia moderna è stato basato su una risorsa energetica: il carbone ha rappresentato la base dell’Impero britannico nel XIX secolo, cosi come il petrolio è stato al centro del successivo ‘secolo americano’.

 

Il ruolo predominante di petrolio e gas naturale

Dalla prima guerra mondiale in poi, il petrolio è stato la pietra angolare della geopolitica energetica globale. La decisione dell’allora Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill di cambiare il carburante della Royal Navy dal carbone al petrolio, per rendere la flotta più veloce della sua controparte tedesca, ha segnato l’apertura di una nuova era. Il passaggio dalle sicure forniture di carbone dal Galles alle incerte forniture di petrolio dell’allora Persia ha trasformato il Medio Oriente in una zona fondamentale per gli interessi internazionali della Gran Bretagna (e di tutti gli altri Paesi) e il petrolio in una questione chiave per la sicurezza nazionale.

Dalla seconda metà del XX secolo, il controllo delle risorse petrolifere è stato al centro di diverse guerre. Basti pensare alla guerra del Biafra (1967-1970), alla guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), alla guerra del Golfo (1990-1991), alla guerra in Iraq (2003-2011) o al conflitto nel Delta del Niger (in corso dal 2004). Nei decenni si sono poi sviluppate crescenti tensioni tra paesi produttori e consumatori di petrolio, che hanno visto il loro culmine nelle crisi petrolifere del 1973 e del 1979. Come conseguenza di questi avvenimenti, nel 1980 il prezzo del petrolio si stabilizzò a 32 dollari al barile, un livello ben dieci volte superiore a quello pre-1973. Tensioni geopolitiche legate al petrolio sono poi continuate nei decenni successivi. Basti pensare, ad esempio, all’invasione irachena del Kuwait del 1990, che portò in pochi mesi ad un raddoppio del prezzo del petrolio – fattore scatenante della recessione economica americana dei primi anni ’90.

Il bombardamento della raffineria iraniana di Abadan fu tra gli eventi che aprirono la guerra tra Iraq e Iran nel 1980

 

Va poi ricordato che in alcune aree del mondo, come l’Europa, un altro combustibile fossile ha giocato e continua a giocare un importantissimo ruolo geopolitico: il gas naturale. In Europa i mercati del gas naturale si sono sviluppati a partire dagli anni ’60 sulla base di grandi gasdotti costruiti per collegare la Russia ed altri produttori come la Norvegia e l’Algeria con i principali mercati europei. Costruendo questi gasdotti, l’Europa costruiva anche le basi per una forte dipendenza energetica dalle forniture esterne, soprattutto russe. Se per lunghi anni – anche in piena Guerra fredda – ciò non ha sollevato preoccupazioni legate alla politica internazionale, la dipendenza ha cominciato a pesare e costare di più all’Europa tra il 2006 e il 2009: controversie commerciali tra Russia e Ucraina portarono allora all’interruzione delle forniture di gas naturale russo all’Ucraina stessa: dato che gli stessi gasdotti che rifornivano l’Ucraina erano quelli che portavano il gas naturale agli altri Paesi europei, l’Europa vide come l’interruzione della fornitura poteva diventare realtà. Il rischio geopolitico ed economico connesso a questa situazione ha portato alla formulazione di una strategia europea di diversificazione degli approvvigionamenti di gas naturale, di cui il gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) è figlio.

 

La transizione in atto e il futuro

Se per più di mezzo secolo petrolio e gas naturale hanno rappresentato il fulcro della geopolitica dell’energia, ha senso chiedersi se e come essa cambierà in seguito all’attuale processo di transizione,  guidato da politiche di decarbonizzazione sempre più forti e da significativi sviluppi nelle tecnologie rinnovabili e nelle auto elettriche.

L’accordo di Parigi, siglato nell’autunno 2015, ha segnato un importante passo in avanti negli sforzi per contenere il riscaldamento globale. Per la prima volta, tanto i paesi più sviluppati quanto quelli in via di sviluppo si sono impegnati ad agire per limitare l’aumento della temperatura media del pianeta ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questo impegno – se preso sul serio – rafforza le misure di decarbonizzazione già adottate in diverse parti del mondo, in primis in Europa. Nel frattempo, il progresso tecnologico ha aumentato la competitività dell’ energia solare ed eolica, delle batterie e delle auto elettriche. La convergenza di questi due elementi ha già iniziato a rimodellare il sistema energetico globale, e le conseguenze sulla geopolitica dell’energia non si faranno attendere.

Per quanto concerne i paesi importatori di energia (come l’Italia), le conseguenze saranno certamente positive. In questi casi, con la diminuzione delle importazioni di petrolio e gas naturale, diminuiranno sia la ‘bolletta energetica nazionale’ che i rischi e i condizionamenti geopolitici legati a tali importazioni. I paesi che saranno in grado di innovare di più nel settore delle rinnovabili, delle batterie e dell’auto elettrica, potranno anche cogliere i benefici industriali ed economici di tale transizione, generando posti di lavoro e crescita economica.

Ma, ovviamente, emergeranno anche nuove sfide geopolitiche. In primo luogo, la transizione energetica globale rappresenta una sfida per i paesi produttori di petrolio e gas naturale, e in particolare per quelli che tra di essi presentano un’economia meno diversificata e più dipendente dalla rendita petrolifera. È questo il caso di molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, che nonostante l’adozione di elaborate strategie di diversificazione economica ancora non hanno davvero fatto grandi passi in avanti in questo senso. Se la transizione energetica globale dovesse svolgersi più rapidamente del previsto, e se questi paesi dovessero rimanere impreparati, le conseguenze potrebbero essere gravi sia dal punto di vista socio-economico che geopolitico. Basti guardare alla crisi che sta vivendo un Paese molto dipendente dall’export di petrolio come il Venezuela.

In secondo luogo, la diffusione delle energie rinnovabili aumenterà l’elettrificazione e stimolerà il commercio transfrontaliero di elettricità. Fonti di energia come il solare e l’eolico richiedono sistemi energetici flessibili, in grado di far fronte alla variabilità dovuta alle condizioni meteorologiche. Le reti elettriche giocheranno dunque un ruolo sempre più importante per mitigare tale variabilità e garantire la stabilita del sistema. Alcuni già intravedono un grave rischio: gli attori che dominano le reti elettriche possono esercitare un controllo indebito sui paesi vicini, rendendo gli scambi elettrici transfrontalieri uno strumento geopolitico analogo ai flussi di petrolio e gas naturale. A questo rischio, va poi aggiunto quello della cybersecurity. La crescita della digitalizzazione nel settore energetico può infatti aumentare i rischi per la sicurezza e la privacy dei consumatori. Soggetti ostili possono penetrare nei sistemi digitalizzati che controllano le reti elettriche, sia al fine di estorcere dati ed informazioni, sia al fine di causare importanti danni economici e sociali.

In terzo luogo, è importante sottolineare che il rapido sviluppo dell’energia eolica e solare, insieme a quello delle auto elettriche, suscita preoccupazioni sull’approvvigionamento dei minerali necessari alla loro manifattura. Tali timori si sono sviluppati anche in seguito ad eventi come quello del 2008, quando la Cina impose un limite alla fornitura di terre rare – minerali necessari alla produzione di molti apparecchi tecnologici, di cui detiene buona parte della produzione globale – agli acquirenti stranieri, provocando panico nei mercati e un rapidissimo aumento dei prezzi. Altro caso, più indietro nel tempo, fu quello della ‘crisi del cobalto’ del 1978, seguito allo scoppio di un conflitto nella provincia del Katanga – cuore dell’estrazione mondiale del minerale – in quello che allora si chiamava Zaire. La crisi causò una carenza globale di cobalto, portando alle stelle il prezzo internazionale del minerale. Se qualcosa del genere succedesse in futuro, le conseguenze per la produzione di auto elettriche sarebbero importanti. Il cobalto è, infatti, un componente chiave delle loro batterie. Questi sono solamente degli esempi di come i minerali alla base della transizione energetica comporteranno nuovi rischi geopolitici, esattamente come petrolio e gas naturale hanno avuto i propri.

Un giacimento di terre rare in Cina

 

La transizione energetica globale non porterà, dunque, alla fine della geopolitica dell’energia, ma provocherà un profondo cambiamento rispetto  a quella che conosciamo. Questa trasformazione vedrà, come in ogni rivoluzione, vincitori e vinti. Da un lato, essa rafforzerà la sicurezza energetica della maggior parte dei paesi attualmente importatori di petrolio e gas naturale, promuovendo la creazione di posti di lavoro e crescita economica in quelli che sapranno cogliere le opportunità industriali di tale sviluppo. Dall’altro lato, essa creerà inevitabili elementi di instabilità nei paesi esportatori di combustibili fossili, che dovranno reinventarsi per continuare a crescere anche nella nuova era energetica, e nuovi rischi di sicurezza legati alle reti elettriche e ai minerali. Nonostante tali sfide, la transizione energetica globale porta il mondo nella giusta direzione, ovvero quella di dare una risposta efficace a quello che in molti già definiscono come il principale rischio geopolitico del XXI secolo: il cambiamento climatico.

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