International analysis and commentary

La guerra fredda hi-tech

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Non sappiamo ancora l’esito del braccio di ferro commerciale fra l’Amministrazione Trump e il regime di Xi Jinping. Per ora il negoziato va avanti, sotto l’ombrello di una tregua sui dazi che durerà sino a marzo. L’America vede ormai esplicitamente nella Cina un avversario da contenere: il clima di Washington è più avverso a Pechino di quanto sia mai stato dalla famosa apertura di Richard Nixon nel secolo scorso. Ma il tono resta abbastanza ottimistico, forse troppo, sulle possibilità di un accordo.

La Cina, dove la crescita appare in deciso rallentamento, non può permettersi una vera rottura con il consumatore americano; e una parte dell’industria statunitense non può permettersi una frattura economica con la Cina (come mercato e come snodo della catena globale del valore). Lo confermano le preoccupazioni di un gigante come Apple. In sostanza: entrambe le parti hanno incentivi ad un accordo non facile da raggiungere, che consenta a Trump di cantare provvisoriamente vittoria (senza stravincere) e a Xi Jinping di concedere qualcosa oggi senza perdere la battaglia di domani.

La realtà, infatti, è che la competizione commerciale è il vecchio capitolo di una contesa nuova, che riguarda l’egemonia tecnologica globale. La battaglia Usa/Cina del 21° secolo sarà, è già, relativa al dominio delle tecnologie basate sull’Intelligenza Artificiale (AI). Da due anni a questa parte, Pechino ha investito massicciamente in questi settori – che includono fra l’altro 5G, big data, robotica –  sfidando il predominio americano.

Il caso Huawei (con l’arresto in Canada, su mandato di Washington, della figlia del fondatore della compagnia di telecomunicazioni cinese) segna l’inizio ufficiale della “guerra fredda tecnologica” del 21° secolo. La tensione sullo spionaggio industriale è solo un colpo d’avvio. La Cold War 2.0 fra Pechino e Washington investirà più in generale i nessi fra economia e sicurezza nazionale; e finirà per produrre, come la guerra fredda Usa-Russia del secolo scorso, una competizione per le rispettive sfere di influenza. Non è un caso che, dopo il Canada, i paesi più collegati agli Stati Uniti da accordi di intelligence (il famoso gruppo dei “five eyes”, che include Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda, oltre a Canada e Stati Uniti) abbiano estromesso Huawei dai propri mercati domestici nei settori industriali sensibili del 5G. Anche la Germania, stretta fra pressioni da Washington e rilevanza del mercato cinese, ha deciso di rafforzare, dopo forti esitazioni, i controlli sulle reti 5G.

In gioco, quindi, non ci sono soltanto questioni di natura commerciale ma questioni decisive di sicurezza e futuri equilibri geopolitici. Lo sviluppo delle tecnologie fondate sull’intelligenza artificiale tenderà ad influenzare i pilastri tradizionali della politica di potenza, rivoluzionando il modo in cui i conflitti bellici verranno combattuti e vinti, con un impatto trasformativo simile a quello avuto in passato dall’introduzione della polvere da sparo o dell’aeroplano. Per Elon Musk, guru del business high-tech, ma anche per Vladimir Putin, la nazione che svilupperà l’AI più potente dominerà un futuro dove a contare non saranno più solo i megatoni delle testate nucleari o le armi convenzionali ma anche i byte dei supercomputer.

La sfida del 21° secolo investirà anche i sistemi politici, gli equilibri interni alle società contemporanee: secondo la definizione di Foreign Affairs, così come la guerra fredda del secolo scorso è stata caratterizzata dalla contrapposizione ideologica fra capitalismo e comunismo, la Cold War 2.0 vedrà la contesa fra democrazia liberale (resa più vulnerabile dalla competizione tecnologica) ed una nuova forma di “autoritarismo digitale”. La Cina sembra andare esattamente in questa direzione: dal sistema di crediti sociali introdotto nell’Impero Celeste fino al controllo centrale sulle grandi compagnie hi-tech, lo sviluppo tecnologico appare al servizio non di una diffusione orizzontale del potere ma di un suo nuovo accentramento, di cui la presidenza Xi Jinping è protagonista e simbolo.

Per ora gli Stati Uniti mantengono un netto primato nel settore dell’intelligenza artificiale, grazie al tasso di investimenti privati e a un ecosistema accademico molto dinamico. Il governo cinese – impegnato peraltro in un rapido e massiccio ammodernamento militare – sta però concentrando investimenti pubblici e ricerca nel tentativo di recuperare il ritardo entro un decennio circa. La Russia gioca intanto le sue carte con le interferenze cyber in Occidente; ma non può certo contare sui mezzi delle altre potenze.

Nel contesto della nuova guerra fredda tecnologica, l’Europa appare in ritardo e in difficoltà. In teoria, l’UE ha punti di forza: ricerca scientifica e un vasto mercato digitale. Ma senza investire risorse più rilevanti nelle tecnologie dell’intelligenza artificiale e senza creare una capacità industriale high-tech in grado di competere realmente sul piano globale, il Vecchio Continente resterà schiacciato della competizione fra Stati Uniti e Cina. In una logica di sfere di influenza rivali, l’Europa non potrà più giocare su vari tavoli economici e tecnologici; sarà obbligata a scegliere da che parte connettersi.

 

 

 

*Una versione di questo articolo è stata pubblicata su La Stampa del 18 gennaio.

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