International analysis and commentary

L’Italia di fronte all’opzione cinese

871

Sarà la porta europea per la nuova via della seta o il cavallo di Troia per la conquista cinese del Vecchio Continente? La scelta italiana di firmare un memorandum d’intesa sulla BRI (Belt and Road Initiative) rompe i ranghi della Unione Europea e associa Roma ai paesi dell’Europa centro-orientale (la cosiddetta Iniziativa 16 + 1 lanciata da Pechino, con 11 Paesi membri della UE e 5 Paesi balcanici). Vuole essere una sfida politica lanciata dal governo M5S-Lega, ma anche un’occasione economica cavalcata dal mondo delle imprese pubbliche e private.

L’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa, la sua economia è sorretta dalle esportazioni e la rotta di Marco Polo è l’unica che possa offrire nuovi sbocchi, anche in risposta al neo-protezionismo americano. E’ un argomento che evoca gli interessi nazionali, tuttavia l’Italia del 2019 è davvero forte abbastanza per contrattare, da sola, condizioni favorevoli? O non rischia di finire schiacciata dalla coda del dragone rosso? Perché una cosa è mettersi in prima fila per spingere i Paesi europei a negoziare nonostante le resistenze se non l’aperta opposizione degli Stati Uniti, tutt’altra è lanciarsi in un percorso avventuroso, se non avventuristico, unendosi agli anelli più deboli della catena. La UE sta cercando di costruire una linea unitaria in vista del summit bilaterale con Pechino del 9 aprile e una fuga in avanti dell’Italia non è certo benvenuta, mentre gli USA premono affinché non si ceda sul fronte più delicato, quello della tecnologia, affidando ai cinesi un ruolo chiave nel passaggio al 5G dove l’Asia ha acquisito un vantaggio indubbio rispetto all’Occidente. Il governo italiano, sotto la pressione del Movimento cinque stelle, ha aperto alla partecipazione di Huawei alle aste per le reti di quinta generazione, le «autostrade» che faranno scorrere le comunicazioni del futuro. Scettica sull’ingresso di Pechino nella partita è, in questo caso, la Lega. Ancor più sulfurea potrebbe diventare una eventuale partnership con Leonardo, il gruppo italiano della difesa, un dossier particolarmente sensibile anche per la NATO.

L’idea di un rapporto forte se non addirittura preferenziale con la Cina non nasce oggi, anzi fin dagli anni ‘90 è stato un cavallo di battaglia di quelle forze politiche che hanno scelto la globalizzazione, soprattutto della sinistra riformista guidata da Romano Prodi – il quale non ha criticato l’intesa in sé e per sé, ma la condotta unilaterale dell’attuale governo italiano. L’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni è solo l’ultimo in ordine di tempo ad aver sostenuto una linea che per molti versi trova il sostegno del mondo produttivo. E’ stato il governo di centro-sinistra guidato da Matteo Renzi, del resto, a cedere nel 2014 alla State Grid, il colosso cinese della distribuzione elettrica, il 35% di Cdp Reti, la holding a partecipazione statale che controlla le reti del gas e dell’alta tensione. Un manager cinese, Yunpeng He, siede in ben quattro consigli di amministrazione: Cdp Reti, Terna, Snam, Italgas.

Il rischio di restare spiazzati da altri partner europei è molto forte. “Non possiamo perdere questo treno”, sostiene Giovanni Tria, il Ministro dell’Economia che si è speso molto per l’accordo con Pechino. Del resto, tutti fanno affari con la Cina, un mercato fondamentale per l’industria tedesca e francese. Sul fronte britannico, l’intero mondo finanziario, della consulenza e dell’ingegneria,  lavora da tempo a Shangai, Pechino, Hong Kong. Duisburg è il terminale dei convogli ferroviari provenienti dalla Cina che trasportano i prodotti a più alto valore aggiunto che non viaggiano via mare. Rotterdam, Anversa, Amburgo, e tutto il loro entroterra, beneficiano enormemente dei commerci euro-cinesi. La Torino-Lione con i necessari allacciamenti complementari sarebbe funzionale anche a questo. Imprese italiane operano con imprese cinesi nel Medio Oriente e in Africa, soprattutto nelle infrastrutture e negli idrocarburi. La Asian Infrastructure Investment Bank, promossa dai cinesi per finanziare la via della seta alle stesse condizioni della Banca Mondiale, ha nel suo capitale la Germania come terzo azionista, con una partecipazione doppia rispetto a quella dell’Italia, quest’ultima inferiore a quelle di Francia e Gran Bretagna. Gli Stati Uniti e il Giappone non vi partecipano, ma l’Australia e il Canada sì. Bisogna vigilare naturalmente nel campo della cyber security, però i britannici non hanno dato seguito alle direttive americane.

Nella sua visita di stato in Italia dal 21 al 23 marzo il presidente Xi Jinping si fa accompagnare da un folto gruppo di capi azienda tra i quali spiccano gli alti dirigenti dei colossi delle costruzioni come la China Communications Construction Company (CCCC), che con una galassia di sussidiarie disegna e costruisce infrastrutture, dai porti alle strade, dai ponti alle ferrovie: 116mila dipendenti che hanno lavorato ultimamente in Etiopia, Sudan e Pakistan; dei trasporti come China Railway Construction che gestisce l’alta velocità Pechino-Shanghai, come anche dell’energia. Ma forse il ruolo più importante spetta alla Sinosure (China Export and Credit Insurance Corporation), la vera e propria cassaforte della Belt and Road Initiative. L’istituzione finanziaria ha assicurato investimenti per circa 510 miliardi di dollari, che coprono 1.300 progetti della via della seta nei campi dell’energia, trasporti, impianti petroliferi, telecomunicazioni, linee marittime. L’istituzione finanziaria ha assicurato investimenti per circa 510 miliardi di dollari, che coprono 1.300 progetti della Via della Seta nei campi dell’energia, trasporti, impianti petroliferi, telecomunicazioni, linee marittime.

Pechino adesso ha bisogno di cambiare modello, anche in conseguenza dei problemi incontrati in molti paesi (la Malaysia ad esempio ha cancellato due mega-progetti per l’alta velocità e il premier Mahatir Mohammad ha denunciato la “nuova versione del colonialismo”). L’obiettivo è avere accesso diretto al mercato finanziario internazionale per ottenere finanziamenti credibili e sostenibili. L’Italia potrebbe essere un partner importante vista la capacità delle sue imprese di lavorare anche in paesi difficili, a cominciare da quelli che si sono trovati nella trappola del debito. E’ questo infatti l’ostacolo più importante, un vero macigno che rischia di bloccare la nuova via della seta. Molti paesi hanno difficoltà a ripagare i debiti contratti per i mega investimenti infrastrutturali e non vogliono diventare vassalli della Cina. Nello stesso tempo il sistema finanziario di stato non è in grado di alimentare senza limiti un’espansione tanto vasta e complessa. Dunque, anche Pechino si trova in una strettoia che rappresenta attualmente la sua principale debolezza. Se si aggiunge che la guerra dei dazi sta colpendo duramente le esportazioni crollate in un anno del 21%, si capisce chiaramente che i progetti visionari di Xi Jinping, quelli che appaiono finora come i suoi maggiori successi, possono facilmente diventare altrettanti svantaggi, come ha scritto Elisabeth Economy su Foreign Affairs. La Cina di oggi ha bisogno come il pane della BRI e ciò potrebbe aumentare il potere contrattuale italiano ed europeo. Roma, quindi, deve stare doppiamente attenta a non diventare il grimaldello che apre la cassaforte occidentale senza ottenere in cambio vantaggi consistenti e sicuri. Essere il primo paese del G7 a entrare nella BRI può trasformarsi in un vero e proprio boomerang e non basterà certo coprirsi dietro generiche formule sulla reciprocità, la trasparenza, il fair trade.

Che cosa vuole ottenere l’Italia, dopo aver già stretto molteplici rapporti, aprendosi ai capitali cinesi (oltre 600 imprese hanno ricevuto investimenti di ogni sorta, per un totale di 13,7 miliardi di euro dal 2000 ad oggi)? Certamente una più ampia fetta di mercato nell’Impero di Mezzo, e una rete di collaborazione nelle infrastrutture. La proposta di entrare nel capitale del porto di Trieste è senza dubbio vantaggiosa per Pechino, tuttavia trasforma l’Italia in un approdo strategico che può rafforzare la sua posizione nel Mediterraneo dove la Cina possiede già il porto del Pireo. Ma il governo italiano ha in mente di utilizzare la sponda cinese come una sorta di contraltare all’Unione Europea per aumentare gli spazi della politica fiscale. L’idea è quella di far comprare da Pechino una quota consistente di titoli italiani del debito pubblico. A parte il fatto che si sovrastima la forza e la capacità di manovra della finanza cinese, se ciò avvenisse su larga scala ache l’Italia cadrebbe nella trappola del debito, con buona pace della sovranità economica. L’Italia, che rischia una terza recessione in dieci anni e non ha ancora trovato quella stabilità politica necessaria a rendere il paese solido e credibile, allo stato attuale può davvero diventare il fianco molle attraverso il quale il dragone rosso affonda i suoi artigli in Europa. Una prospettiva che deve far paura non solo a Bruxelles o a Washington, ma anche e soprattutto a Roma.

IL NUOVO SITO È IN AGGIORNAMENTO

L'archivio completo degli articoli è ancora sul sito
www.aspeninstitute.it
close-link
ARCHIVE