International analysis and commentary

Spunti di riflessione sull’Europa: una tavola rotonda di Aspen Italia post-elezioni

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Una prima lettura possibile del voto parlamentare europeo si concentra sull’arretramento dei due maggiori partiti tradizionali (popolari e socialisti), sull’affermazione di altri due partiti pro-europei (liberali e verdi) che lo ha quasi compensato, e su una posizione comunque ammorbidita dei partiti euro-scettici: uno scetticismo “soft”, che sembra inserirsi nel quadro di un cambiamento dall’interno. Questi ultimi sono certamente una forza significativa ma non appaiono in grado di condizionare pesantemente i lavori del Parlamento.

Un altro dato importante è quello della partecipazione al voto: questa è sì cresciuta, ma come effetto della polarizzazione su scala nazionale, e infatti proprio in chiave nazionale sono stati vissuti gli scontri sui maggiori temi.

La sede del parlamento europeo a Strasburgo

Si registra comunque una frammentazione maggiore rispetto al recente passato, con le posizioni di liberali e verdi che non facilitano la costruzione del consenso su molte questioni decisive. Da notare anche che i verdi sono stati premiati quasi soltanto nella fascia settentrionale della UE e dunque non possono considerarsi un fenomeno realmente pan-europeo. Un ulteriore fattori di incertezza sta nel fatto che i programmi di riforme dei partiti “centristi” non sono affatto specifici e dunque dovranno semmai concretizzarsi nelle fasi operative dei negoziati in sede parlamentare, soprattutto su singoli provvedimenti. Quanto al funzionamento del Parlamento, peraltro, è stato ricordato che questa istituzione non ha le stesse dinamiche dei parlamenti nazionali: le maggioranze sono sempre state flessibili e variabili.

E’ stato notato come la crescita dei partiti di destra sia un fenomeno graduale degli ultimi anni, non un’ascesa rapida e inattesa. E anche questa area politica si caratterizza per la scarsa precisione sui programmi, al di là delle critiche (in parte certamente legittime) all’attuale assetto europeo.

Se abbiamo dunque una crisi dello status quo, è chiaramente insufficiente sostenere che non esistono alternative al consenso prevalente, ma al momento non sono emerse visioni concrete attorno a cui coagulare delle maggioranze.

Guardando alla dimensione intergovernativa a partire dai risultati nazionali, c’è stato un calo del peso relativo della Germania, in parte per la prevista successione al vertice ma anche per un certo irrigidimento delle storiche posizioni di politica economica e una minore capacità di aggregare (perfino rispetto al tradizionale asse con la Francia). Difficile prevedere se la funzione di stabilizzazione e mediazione svolta finora da Angela Merkel potrà proseguire anche senza la Cancelliera alla guida del Paese più grande dell’Unione.

Intanto, Emmanuel Macron sta preparando il terreno per svolgere in pieno il ruolo di ago della bilancia, come maggiore forza all’interno dell’ALDE in grado di sostenere una coalizione allargata. E’ una specifica visione del rinnovamento – che parte in termini procedurali dall’idea di superare il metodo dello Spitzenkadidat nei negoziati per la leadership della nuova Commissione. Sul piano della sostanza, tuttavia, la grande sfida è come articolare un rinnovamento che possa riscuotere consenso popolare ampio e includere le fasce più spaventate dell’elettorato; una sfida che sul piano interno francese proprio Macron sta di fatto perdendo.

Alla luce di questi trend nazionali nei maggiori Paesi membri, l’istituzione che corre i maggiori rischi di eterogeneità eccessiva è il Consiglio. In tale contesto – e rispetto al ruolo della Commissione, che sarà per forza di cose politicamente “ibrida” date appunto le designazioni governative che ne sono la base – si potrebbe consolidare una polarizzazione tra tecnocrazia e nazionalismo, altrettanto pericolosa per l’efficacia dei processi decisionali.

Alcuni partecipanti sostengono che si dovrebbe, con più coraggio, conferire potere e competenze effettivi agli organismi europei proprio sui temi che stanno a cuore ai cittadini, come fiscalità, immigrazione, politiche ambientali. In fondo, sulla creazione di queste competenze più forti si potrebbe trovare una convergenza perfino con alcuni movimenti “sovranisti”, visto che i governi e il Parlamento avrebbero voce in capitolo nella definizione delle politiche – certo non lasciate nelle mani di agenzie tecnocratiche, a maggior ragione ora che i processi decisionali europei sembrano essersi “politicizzati”.

Guardando più specificamente alla dimensione economica, è necessario inserire le opzioni per l’Europa nel contesto globale, a cominciare dai grandi quesiti irrisolti in termini di competitività e dall’aumento delle tensioni. Sul commercio internazionale abbiamo una tendenza paradossale sia negli USA (con l’amministrazione Trump quasi ossessione dalla bilancia commerciale) sia nella UE (con le regole che prevedono una bilancia dei pagamenti attiva come obiettivo per tutti i Paesi membri); l’uso dei dazi sta diventando la norma per ragioni chiaramente politiche, e lo stesso può dirsi per il sistema SWIFT e il ruolo del dollaro come strumento di pressione geopolitica (ad esempio nel caso iraniano); la Cina persegue sistematicamente obiettivi anche geopolitici con strumenti economici, dalla Belt & Road Initiative al ruolo strategico di aziende come Huawei; infine, va ricordato che la stabilità finanziaria non è l’obiettivo dei grandi attori privati, che spesso puntano ai profitti in un contesto di (relativa) instabilità, il che pone un problema di sostenibilità e di strumenti di intervento da parte delle autorità in caso di crisi acute.

La performance generale dell’Unione non è stata in effetti negativa negli ultimi anni se si considerano in particolare il PIL pro capite e la produttività, nonostante vari problemi strutturali ben noti – e con l’importante eccezione dell’Italia. I dati mostrano che le politiche di bilancio sono state complessivamente neutrali, con divergenze significative ma in via di graduale riduzione, e che la politica monetaria ha dovuto fra fronte a una forte eterogeneità dei tassi di inflazione. E’ stato poi ricordato che le politiche strutturali restano nazionali, sia in termini di risorse disponibili che di attuazione delle scelte concordate.

Alcuni partecipanti hanno sottolineato che l’intero impianto delle regole economiche non va visto come immutabile e necessarimente positivo per tutti i membri della UE e dell’eurozona. In tale ottica, applicare le stesse regole ad economie fortemente divergenti significa creare politiche pro-cicliche e in molti casi controproducenti rispetto alle diverse esigenze dei singoli Paesi. Un primo passaggio cruciale sarebbe ridefinire i vincoli di bilancio per consentire e anzi incoraggiare la spesa per investimenti altamente produttivi.

Un quesito di fondo è comunque relativo alla capacità della UE di favorire ed eventualmente regolamentare grandi “campioni europei” per poter realmente competere a livello globale nei settori più innovativi. E’ possibile che un rinnovato interesse per la politica industriale emerga soprattutto in parallelo al crescente ruolo francese nella ridefinizione delle priorità comuni.

Per muoversi in questa direzione – e per uno screening più severo degli investimenti extra-UE nei settori strategici – sarà certamente necessaria l’adozione di nuove norme ma forse non la modifica dei Trattati vigenti.

 

 

  • Questi spunti sono tratti dalla Tavola Rotonda internazionale di Aspen Institute Italia dal titolo “L’Unione Europea dopo le elezioni: dinamiche interne e competizione globale”, che si è tenuta Il 5 giugno 2019 a Roma.